Dr. Paolo Cavallo

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Farmacista ed Esperto in Scienza e Tecnologia Cosmetiche

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Ultimo aggiornamento: martedì, 02 giugno 2015

 

 

 

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Per le domande relative alla Dieta Tisanoreica si rimanda all'apposita pagina reperibile qui -> FAQ


 

Sono una donna di 29 anni ed ho da anni un problema di irsutismo (forte crescita di peli). Ho sentito parlare di creme a base di Eflornitina: sono efficaci? e come funzionano?

Fermo restando che le creme a base di Eflornitina sono farmaci di fascia C soggetti a prescrizione medica (Ricetta Ripetibile 10 volte in 6 mesi) ove è necessaria una visita preventiva di un dermatologo ed eventuale prescrizione, è bene sapere che non sono né un rimedio assoluto all'irsutismo né qualcosa di simile all'epilazione definitiva. Innanzitutto come già premesso, dette creme sono farmaci e come tali vanno utilizzate, tenendo presente che servono a curare un disturbo e non un mero problema estetico. Inoltre, in quanto farmaci, vanno calibrati dosaggi opportuni e posologia a seconda del caso. Ad ogni modo, in linea generale, in letteratura è ben noto che l'efficacia dell'Eflornitina è stata dimostrata solo per le zone del viso e sotto al mento, ed è quindi solo in tali zone che se ne prescrive l'applicazione. Inoltre la sua azione, che sostanzialmente consiste nel rallentamento della crescita pilifera, è maggiormente apprezzabile dopo 8 settimane di applicazione anche se, non appena viene interrotto il trattamento, entro altre 8 settimane, scompare del tutto il risultato ottenuto. E' bene inoltre sottolineare che malgrado il trattamento stia sortendo i risultati auspicati, è comunque quasi sempre necessario continuare ad utilizzare i metodi di epilazione tradizionali, usando però l'accortezza di applicare la crema dopo almeno 5 minuti.

 

Quali sono le caratteristiche di una crema solare protettiva affidabile ed efficace?

Non si può indicare un'unica crema quale la più affidabile di tutte per tutti i fototipi e adatta a qualsiasi location. Bisogna infatti ricercare nella crema da utilizzare le caratteristiche tecniche compatibili con la propria pelle (viscosità, grado d'idratazione, oleosità, etc.) e con l'intensità e la durata di esposizione ai raggi abbronzanti. Di sicuro l'esposizione alle radiazioni ultraviolette (sia di natura solare che artificiale) è un fattore di rischio per le patologie della pelle ed è necessario proteggerla adeguatamente, sempre e comunque. Questo perché le radiazioni ultraviolette, una volta raggiunta la pelle, innescano un processo molto articolato e reazioni chimiche e morfologiche. Il DNA della pelle è il principale obiettivo delle radiazioni ultraviolette ed un'eccessiva esposizione a quest'ultime lo danneggia. L'epidermide ed il derma subiscono cambiamenti chimici e cellulari che persistono anche dopo l'esposizione. Tali cambiamenti favoriscono il rapido sviluppo di rughe, della rugosità, della secchezza, della telangectasia (dilatazione di vene e capillari con conseguenti rossori), della pigmentazione irregolare, dell'immunosoppressione e delle lesioni, che possono essere benigne, pre-maligne, o maligne. Quando poi i raggi ultravioletti colpiscono continuatamente gli occhi possono addirittura portare alla cecità per cataratta e fotocongiuntivite. Ovvio che la luce solare non ha solo effetti malefici, anzi, com'è ben noto stimola la produzione di vitamina D3, coinvolta nel metabolismo osseo e nel funzionamento del sistema immunitario ed è un coadiuvante nella cura di psoriasi e vitiligine. Le radiazioni ultraviolette si possono classificare in UV-A (a loro volta suddivise in UV-A1 e UV-A2), UV-B ed UV-C. In genere, le radiazioni UV-A sono associate all'invecchiamento cutaneo precoce, influenzano inoltre negativamente l'elasticità della pelle,  provocano fotodermatosi aggravanti quali il lupus eritematoso e l'eruzione di luce polimorfa,  riducono il numero di Cellule di Langherans (responsabili del riconoscimento degli antigeni) ed aumentano invece la quantità di cellule infiammatorie. Le radiazioni UV-B provocano invece danni al DNA, infiammazione e carcinogenesi. Le radiazioni UV-C solitamente non riescono ad attraversare l'ozono e quindi non dovrebbero agire sulla pelle umana. L'acqua non riflette le radiazioni UV e quindi queste riescono tranquillamente ad attraversarla, la sabbia e la neve invece le riflettono e quindi amplificano la loro incidenza. Per difendersi dalla nocività delle onde ultraviolette talvolta, soprattutto se ci si espone prolungatamente, occorre ricorrere all'uso di un abbigliamento adeguato. Infatti il sole riesce a penetrare anche i tessuti, figuriamoci le creme (per cui si capisce anche l'inesistenza dei famosi ed ormai banditi "schermi totali")! Il fattore di protezione ai raggi ultravioletti, indicato con l'acronimo UPF valuta proprio il grado di protezione (UV-A ed UV-B) offerto dall'abbigliamento ed è simile al fattore di protezione solare (SPF) utilizzato per le creme che però tiene conto solo della protezione dai raggi UV-B.  L'uso delle creme solari è il principale approccio cosmetico contro gli effetti dannosi delle radiazioni UV. Esse contengono i filtri, che sono molecole o complessi molecolari in grado di assorbire, riflettere o disperdere le radiazione UV. La Comunità Europea consente l'utilizzo di 27 diversi filtri UV in formulazioni cosmetiche. Il Fattore di Protezione Solare (SPF) serve a determinare l'efficacia di un filtro solare e può essere definito come il rapporto tra la dose minima eritematosa di pelle protetta col filtro solare e la dose minima eritematosa di pelle non protetta. L'FDA statunitense ha poi proposto di includere un sistema di rating per grado di protezione dai raggi UV-A. Tale sistema è graduale ed utilizza le stelle per votare il grado di protezione. Esistono diverse classi di filtri solari, tra queste, quella di maggiore interesse è sicuramente la classe dei filtri inorganici o fisici. Ossido di Zinco, Biossido di Titanio, Ossido di Ferro, Rosso Petrolato Veterinario, Talco, Calamina, Caolino sono esempi di filtri che riflettono le radiazioni UV e disperdono la luce visibile formando una barriera opaca sulla pelle. L'Ossido di Zinco e il Biossido di Titanio, rispettivamente, offrono una protezione migliore e nuovi sviluppi hanno portato a migliorarne la qualità di fotoprotezione incapsulandoli con cera carnauba conferendo alle creme migliore viscosità e migliorandone significativamente il SPF e la protezione ai raggi UV-A. I filtri organici, sono invece in grado di assorbire le radiazioni ultraviolette e trasformarle in energia innocua alla pelle. Essi sono divisi in tre gruppi a seconda della protezione di competenza, UV-A, UV-B e ad ampio spettro (sia UV-A che UV-B). Molte creme solari usano combinazioni di più filtri organici insieme per ottenere una protezione più ad ampio spettro. Inoltre un ruolo protettivo di tipo sia sistemico (assunzione orale) che topico (sulla pelle) è svolto dagli antiossidanti (vitamine, licopene, etc..), che sono sostanze in grado di impedire la formazione di radicali liberi, responsabili dei danni alle cellule della pelle (immunosoppressione, invecchiamento precoce e cancro).

 

Ultimamente si stanno pubblicizzando molto cosmetici anticellulite a base di caffeina: sono davvero efficaci?

Sicuramente la caffeina è in assoluto il più diffuso ingrediente utilizzato tra le più nuove e innovative formulazioni cosmetiche con azione anticellulite. La cellulite, o meglio pannicolopatiaedematofibrosclerotica, riguarda circa l'80/90% della popolazione femminile e tale percentuale scende sensibilmente nella popolazione femminile di etnia di colore. Non si può considerare una vera e propria patologia, bensì un disturbo estetico della pelle che interessa di solito cosce e glutei. Si può dividere in tre fasi di crescita e peggioramento: 1) edematosa, caratterizzata dalla formazione di un edema, ovvero l'accumulo di liquidi nel tessuto adiposo, soprattutto intorno alle caviglie, ai polpacci, alle cosce e alle braccia; 2) fibrosa, durante la quale aumenta il tessuto connettivo che indurisce quello adiposo, si formano piccoli noduli e la cute si presenta "a buccia d’arancia"; 3) sclerotica, quando il tessuto diventa duro e nascono noduli di grandi dimensioni che provocano anche dolore, la cosiddetta pelle "a materasso". Nonostante la sua larga diffusione, in letteratura vi sono solo poche ricerche scientifiche accurate che ne affrontano gli aspetti fisiopatologici. Molte lacune conoscitive riguardano specifici fattori di eziopatogenesi (le cause, in altri termini)  limitandone molto le strategie e i target dei trattamenti. L'ipotesi più accreditata circa l'origine della cellulite riguarda l'architettura della pelle specifica del sesso femminile, l'alterazione dei setti del tessuto connettivo, i cambiamenti vascolari (microcircolo) e i processi infiammatori. Gli aspetti più studiati dei trattamenti anticellulite sono l'attenuazione dei fattori aggravanti e i metodi fisici, inclusi laser-terapie e applicazione di principi attivi ad assorbimento topico. Quest'ultimo approccio viene affrontato utilizzando soprattutto creme a base di caffeina liposomiale e creme al retinolo. Infatti recenti ricerche hanno rivelato che la caffeina esplica sugli adipociti (cellule dei grassi di deposito) un'attività fortemente lipolitica (inibendo la fosfodiesterasi e promuovendo l'aumento dei livelli  intracellulari di AMP ciclico) ed è maggiormente efficace se sotto forma di emulsione a base di alginato di caffeina.

 

Perché in genere i collutori macchiano i denti e come si può ovviare a ciò?

Innanzitutto bisogna precisare che non tutti i collutori macchiano i denti, ma solamente quelli impiegati come disinfettanti che contengono clorexidina. La clorexidina infatti è un antisettico ad ampio spettro d'azione largamente utilizzato in odontoiatria per la cura di gengiviti, nelle terapie paradontali, nella cura delle irritazioni gengivali, nei trattamenti odontoiatrici in genere (soprattutto quelli chirurgici). Inoltre, a bassissime concentrazioni, può essere utilizzato anche per combattere la placca dentale e prevenire la carie. L'uso continuato di prodotti contenenti clorexidina per lunghi periodi può però causare macchie (reversibili) giallo-brune sui denti, specialmente sulla resina delle otturazioni e può sopraggiungere anche alterazione del gusto (disgeunia). Nei test clinici, il 56% dei pazienti trattati con clorexidina hanno manifestato un aumento misurabile della colorazione anteriore dei denti, rispetto al 35% dei pazienti di controllo dopo sei mesi. Nel 15% con l'uso di clorexidina i pazienti hanno mantenuto quella che è stata giudicata una colorazione importante, rispetto all'1% dei pazienti di controllo dopo sei mesi. Inoltre la colorazione risulta più pronunciata nei pazienti che hanno un più accentuato accumulo di placca non rimossa. Esistono però in commercio formulazioni brevettate che promettono una molto minore colorazione dei denti, ma non vi sono ancora sufficienti dati scientifici che ne avvalorano l'affermazione. Spesso poi, interrompendone l'uso e sottoponendosi a qualche seduta di igiene orale è possibile ripristinare il bianco originale dei denti compromesso dalla clorexidina.

 

Come si può curare correttamente una rinite allergica?

La rinite è un disturbo molto comune caratterizzato da infiammazione o irritazione della mucosa nasale e non ne va confusa la natura. Può infatti essere di origine virale o appunto allergica. Anche la risposta a sostanze irritanti potrebbe causare una sintomatologia simile alla rinite allergica, sebbene spesso in assenza di una vera e propria infiammazione. La rinite virale invece può durare fino a 10 giorni ed è parte della comune sindrome da raffreddamento. La rinite allergica si verifica a causa dell'interazione tra le Immunoglobuline E (IgE) e gli allergeni a contatto con la mucosa nasale dei pazienti sensibilizzati. La sensibilizzazione ad alcuni allergeni presenti nell'aria, quali ad esempio pollini, polvere, muffe, peli di animali, etc. spesso è ereditaria, e ciò favorisce la diagnosi nei pazienti che riscontrano la rinite in un periodo ben determinato dell'anno, o in cui il peggioramento dei sintomi avviene nell'ambiente tipico di taluni allergeni. La diagnosi va confermata con test clinici chiamati "prick test" dimostrando la sensibilità agli allergeni a contatto con la pelle e riscontrando specifici anticorpi IgE presenti nel siero del paziente. La rinite allergica viene classificata a seconda della sensibilità ad allergeni che si manifestano stagionalmente, come i pollini, o ad allergeni che sono presenti durante tutto l'anno, come ad esempio gli acari della polvere, muffe, e peli di animali. L'allergia ai pollini causa lo stesso meccanismo dell'infiammazione in risposta degli allergeni, che è il risultato del legame di un allergene ad uno specifico anticorpo IgE; comunque, i pazienti allergici ai pollini lamentano starnuti e rinorrea (il classico "naso che cola"), mentre i pazienti con allergia ad allergeni perenni più spesso lamentano naso chiuso, con episodi di starnuti e rinorrea che si verificano solo in presenza di alte concentrazioni di allergeni. Il trattamento include l'evitare gli allergeni, il trattamento medico e l'immunoterapia (vaccini, compresse con allergeni). Evitare gli allergeni significa ridurre la possibilità di contatto tra allergeni e sistema respiratorio incluso sul posto di lavoro, che non è di semplice realizzazione. Le cure mediche sono di solito necessarie per trattare i sintomi ed includono antistaminici, per inalazione o in compresse, e cortisonici nasali. Sono preferiti gli antistaminici di seconda generazione (es.: loratadina, cetirizina, terfenadina, desloratadina, levocetirizina, ebastina, rupatadina) in quanto non provocano sonnolenza ed hanno mostrato maggiore efficacia sulla rinorrea, starnuti, prurito nasale piuttosto che sul congestionamento nasale. I cortisonici per inalazione (es.: fluticasone, budesonide, beclometasone, etc.invece sono più efficaci nel migliorare la pervietà nasale rispetto agli antistaminici mentre sono di eguale efficacia nel controllo di tutti gli altri sintomi nasali e oculari. Si può favorire la pervietà nasale anche con decongestionanti nasali (es.: nafazolina, fenilefrina, tramazolina, etc.)e/o orali, ma trattamenti del genere vanno limitati a brevi periodi altrimenti provocherebbero dipendenza anche in assenza di allergia.

 

Cos'ha l'olio di argan in più degli altri oli e quali sono le sue proprietà principali?

L'olio di argan è molto di moda ultimamente nell'ambito cosmetico, esso ha però anche notevoli proprietà nutrizionali. In origine prodotto (dalla Argania spinosa della Famiglia delle Sapotaceae) ed utilizzato dai Berberi di Nordafrica, ora invece largamente utilizzato anche dai popoli occidentali industrializzati. L'olio di argan contiene alti livelli di acido oleico e linoleico ed è particolarmente ricco di fenoli. Sono proprio questi ultimi metaboliti ad esplicare azioni protettive contro tumori e patologie cardiache come avviene anche per gli altri oli. L'olio d'argan però, differentemente dagli altri consimili, è particolarmente ricco di gamma-tocoferolo, ovvero una delle forme della vitamina E che, da recenti studi, sembrerebbe responsabile di potenti attività chemiopreventive e antinfiammatorie (epatoprotettore, antidiabetico, antiproliferativo, antiobesità, coleretico). In cosmetica viene utilizzato molto come idratante, emolliente, emulsionante, cicatrizzante, tensioattivo, antiage, antiacne, sebonormalizzante. Quest'ultima attività si esplica già con un trattamento di quattro settimane con due applicazioni quotidiane di una crema contenente olio di argan. Riduce l'untuosità della pelle e migliora l'aspetto di visi con pelle grassa. Studi epidemiologici hanno poi evidenziato che il consumo regolare di olio d'argan commestibile conferirebbe all'organismo considerevoli effetti protettivi contro tumori del colon retto, della mammella, della prostata, del pancreas e dell'endometrio. Mentre studi in vitro ne hanno dimostrato potenti caratteristiche antiproliferative su cellule tumorali. Per quanto riguarda invece gli effetti collaterali, sebbene utilizzato da secoli in Marocco sia in ambito alimentare che curativo ad uso topico, è stato riportato in letteratura un solo isolato caso di anafilassi, il che farebbe pensare ad una sua elevatissima sicurezza.

 

Il succo di pompelmo può interagire con alcuni farmaci creando problemi?

Ebbene si. Numerose ricerche hanno evidenziato che il succo di pompelmo può alterare l'azione (prevalentemente la farmacocinetica) di diversi farmaci. E' stato infatti notato che aumenta la biodisponibilità di alcuni farmaci assunti per via orale e poi metabolizzati da citocromo CYP3A o che soffrono il metabolismo di primo passaggio, mentre può diminuire l'assorbimento orale di alcuni farmaci che dipendono da alcuni trasportatori polipeptidici per il loro assorbimento nel tratto gastrointestinale. Ad esempio, l'interazione con le statine potrebbe aumentare il rischio di rabdiomiolisi, oppure nei pazienti ipertesi trattati con un calcioantagonista diidropiridinico, quale la Felodipina, la Nicardipina, la Nifedipina, la Nisoldipina, la Nitrendipina, causerebbe un'eccessiva vasodilatazione, o ancora potrebbe diminuire l'efficacia del Losartan, o causare addirittura ipoglicemia in pazienti in cura con Repaglinide (anti-diabete). Può inoltra favorire la tossicità dei farmaci antiaritmici, come Amiodarone, Chinidina, Disopiramide o Propafenone, e del farmaco antiscompenso Carvedilolo. Addirittura, in caso di angina pectoris, la somministrazione del succo di pompelmo con il calcioantagonista Verapamil può causare disturbi della conduzione atrioventricolare, o anche attenuare l'attività antiaggregante piastrinica del Clopidogrel. Inoltre nella cura della disfunzione erettile trattata con Sildenafil, Tadalafil o Vardenafil può causare grave vasodilatazione sistemica, soprattutto quando vengono assunti contemporaneamente anche i nitrati.

 

a cura di Paolo Cavallo


Il "taglio" del contenuto della pagina presente è essenziale e divulgativo, ma per qualsiasi delucidazione e/o approfondimento tecnico e/o scientifico ci si può rivolgere al recapito e-mail info@paolocavallo.com.


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